Cannabis Sativa: recenti sviluppi e possibili prospettive

È comune associare l’idea della Cannabis al fumo che satura l’interno di un piccolo coffee shop olandese; o ai nuovi oli, lozioni, e all’ampia gamma di altri prodotti oggi commercializzati dalle industrie della Cannabis, un mercato che secondo alcuni analisti potrebbe raggiungere i 24,5 miliardi di dollari nel 2021 (Arcview Market Research). Tuttavia, l’uso di questa pianta incredibilmente versatile va ben oltre l’uso ricreativo, in quanto può essere sfruttata per il suo grande potenziale terapeutico.

L’utilizzo della Cannabis per scopi medici è di vecchia data: le primissime testimonianze storiche risalgono al 2800 a.C. negli scritti dell’erbario cinese Pen-ts’ao; ed anche nell’antico Egitto la Cannabis era impiegata a fini curativi almeno dal 2350 a.C, come documentato nei testi delle piramidi.

Nonostante gli estratti di questa pianta siano stati usati per trattare una vasta varietà di sintomi nel corso dei secoli in molte parti del mondo, nella medicina occidentale la Cannabis fu introdotta solo nel 19° secolo dal medico irlandese William Brooke O’Shaughnessy, il quale la utilizzava per trattare il tetano, reumatismi e convulsioni; e dal medico francese Jean-Jacques Moreau de Tours per la cura di malattie psichiatriche.

Le testimonianze appena citate rappresentano importanti tracce storiche dell’uso della Cannabis per fini terapeutici; tuttavia, la sua implementazione nella medicina tradizionale con un certo rilievo e impatto scientifico, è relativamente recente. Infatti, il numero di pubblicazioni relative alla Cannabis è aumentato esponenzialmente solo a partire dall’isolamento (1964) e clonazione (1967) del tetraidrocannabinolo (THC) – il composto psicoattivo della Cannabis – e in seguito, dal momento in cui i recettori dei cannabinoidi sono stati caratterizzati negli anni ’90.

È importante sottolineare che l’interesse per le proprietà del THC era inizialmente legato all’impatto sociale che questo prodotto ha avuto negli ultimi decenni. Ma parallelamente a ciò, la ricerca medica è stata in grado di sfruttare le sue peculiarità per trattare sintomi come dolori cronici, insonnia e inappetenza, tra gli altri.

A causa dei suoi vari effetti collaterali, i trattamenti con THC hanno suscitato molte polemiche all’interno della comunità scientifica. Negli ultimi 30 anni, ad esempio, una vasta letteratura ha dimostrato come l’uso di Cannabis contenente un’alta percentuale di THC sia un fattore di rischio significativo per l’insorgenza e lo sviluppo dei sintomi della schizofrenia.

Per tali ragioni, l’attenzione si è spostata verso altri componenti della Cannabis (più di 60 sono i composti bioattivi) di particolare interesse. Tra questi, il cannabidiolo (CBD), la seconda molecola principale della Cannabis Sativa, non esercita un’azione psicoattiva a livello del sistema nervoso centrale, e causa solo pochi effetti collaterali di lieve entità, come stanchezza, diarrea e cambiamenti di appetito o peso.

Da un punto di vista molecolare, gli effetti farmacologici del CBD sono noti, anche se i suoi meccanismi d’azione rimangono per lo più sconosciuti. Uno dei modelli proposti ipotizza un suo ruolo come agonista inverso (un tipo di agonista che produce un effetto di segno opposto a quello dell’agonista) sui recettori dei cannabinoidi. Di conseguenza, il CBD diminuisce l’idrolisi dell’anandamide (AEA, il principale cannabinoide endogeno) (inibendo FAAH, l’enzima che catalizza la degradazione dell’AEA) e la sua ricaptazione, facilitando così la neurotrasmissione mediata dagli endocannabinoidi.

Quest’ultimo passaggio è cruciale, poiché squilibri generati all’interno del delicato sistema endocannabinoide sono associati a diverse patologie, inclusa la schizofrenia. In tale condizione neurologica ad esempio, i livelli di AEA sono aumentati nel sangue, e la gravità dei sintomi è negativamente correlata ai livelli cerebrospinali di AEA. Per questo motivo il CBD è stato proposto come una possibile cura alternativa, sia affinché si riducano gli effetti collaterali degli antipsicotici in commercio (data anche la loro debole efficacia su alcuni sintomi della schizofrenia), sia per ricostituire l’equilibrio all’interno del sistema endocannabinoide.

I risultati di questi esperimenti sono legati al rapporto THC:CBD. In particolare è già stato detto che una percentuale più elevata di THC è associata ad un aumentato rischio di un primo episodio psicotico. Dall’altra parte, la Cannabis con contenuti di CBD più elevati, è stata associata ad un minor numero di esperienze psicotiche. Inoltre, quando il CBD veniva somministrato a ratti in studi preclinici, o a volontari sani durante prove cliniche, mostrava proprietà antipsicotiche.

I miglioramenti dei sintomi clinici e il ristabilimento dei livelli ematici di AEA osservati negli schizofrenici trattati con CBD, suggeriscono che la capacità del CBD di migliorare indirettamente la segnalazione dell’AEA potrebbe rappresentare un possibile meccanismo che contribuisce alle sue proprietà antipsicotiche.

Altri modelli indicano che il CBD sia in grado di legarsi ed attivare i recettori TRPV1; possa essere un antagonista di un recettore dei cannabinoidi chiamato GPR55; e agisca da agonista dei recettori serotoninergici. Pertanto, il CBD potrebbe essere in grado di migliorare i sintomi della schizofrenia combinando simultaneamente tutti questi diversi meccanismi di azione, o alcuni di essi.

Anche se finora è stata prodotta una letteratura più significativa sulla schizofrenia, altri studi hanno ricercato gli effetti del CBD sulla depressione, sui disturbi bipolari e sull’ansia, raggiungendo risultati simili nel migliorare i sintomi prodotti da queste gravi malattie psichiatriche.

Per concludere, sono in corso ricerche sempre più avanzate sull’uso della Cannabis a scopo terapeutico. Tuttavia, l’uso del CBD per ragioni mediche si scontra con la legislazione e le tradizioni sociali di diversi Paesi. Tali variabili rendono certamente l’approvazione della Cannabis molto complicata per uso medico. E nonostante la storia e le recenti prove scientifiche mostrino quanto sia innegabile il suo potenziale terapeutico, è noto per certo che la Cannabis aumenta il rischio di sviluppare patologie legate al sistema nervoso centrale. Sebbene questi effetti siano attribuibili solo al THC, mentre il CBD non avrebbe alcun grave effetto collaterale, sono ancora necessarie indagini cliniche per valutare gli effetti cronici del CBD.

 

Paolo Masia si è laureato presso l’Università di Trieste / SISSA in Neuroscienze. Attualmente è un dottorando in Neuroscienze presso l’Università di Cagliari, dove studia le basi molecolari della “Gateway Hypothesis”, la quale postula che l’esposizione precoce ai cannabinoidi (così come ad altre droghe leggere) nell’adolescenza potrebbe causare cambiamenti neurobiologici tali che influenzano la maturazione cerebrale, aumentando la probabilità di abusare di droghe pesanti durante l’età adulta.

 

 

 

 

 

 

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